Ore 4.15, un suono martellante interrompe il mio sonno, impiego un po' di tempo per realizzare che stava suonando la sveglia, allungo una mano e a tentoni la spengo ma il mio super-io in quel momento è molto debole e si lascia catturare ancora per qualche attimo dal letto, sino a quando papà inizia ad urlare sotto voce, per non svegliare il resto della
famiglia, che è tardi e mi devo dare una mossa. Alzata, sistemata, pronti a partire, ritrovo ad Auchan, ottimizzazione delle macchine e godo del fatto di non avere la patente così ho dormito da Rivoli a Courmayeur.
Ore 6,45 arrivati nel piazzale della funivia, apro la portiera della macchina e un'aria discretamente freddina mi investe e mi sveglia violentemente.
Stipati come sardine nelle cabinovie, superati i 220 gradini raggiungiamo il Torino dove lasciamo le cose suppellettili. Sono già tutti partiti i fortunati che han preso la cabinovia prima di noi, siamo rimasti solo noi aggregati che dopo esserci legati ci siamo incamminati. Un caldo tremendo ci accompagna fino all'attacco della Ottoz da dove si intravede qualche nuvola minacciosa all'orizzonte. Speranzosi sul detto “la fortuna premia gli audaci” attacchiamo la bellissima via, non proprio banale come mi era stata descritta.
Particolare, strano, bello, avventuroso, difficile, logico, non saprei trovare un termine esatto per descrivere quello che mi è apparso in quei pochi tiri che siamo riuscite a fare della Ottoz: il mio battesimo dell'arrampicata “in quota”. E' diverso dalla falesia, è diverso dall'arrampicata della valle dell'Orco. Sei tu che ti devi gestire la via, sei tu che decidi la lunghezza dei tiri, sei tu che cerchi il passaggio che ti sembra più semplice, sei tu che metti le protezioni, sei tu e basta. Sei tu avvolto da quel silenzio melodico e sta a te decidere se ti spaventa o ti culla; sei tu circondato da quei luoghi incontaminati, da quelle montagne maestose che ti fanno sentire una nullità quando sei ai loro piedi ma ti riempiono di soddisfazione quando sei sulla loro cima.
A quattro tiri dalla punta la grandine incomincia a picchiettare sul mio casco, dei mastodontici nuvoloni neri divorano le vette intorno a noi, quel pacifico silenzio viene interrotto dalla cattiveria dei tuoni, velocemente caliamo le doppie pregando che non si incastrino, come raggiungiamo la base della Pyramide i nuvoloni rilasciano a stento le montagne ma i tuoni non smettono di minacciare. Tutte le cordate si sono avviate verso il Torino, siamo rimasti solo io, Francesca, Erbetta ed Alessandro, condividiamo buona parte del ritorno e del mal tempo che ha ripreso possesso del cielo.
Quel cielo che in principio della giornata era azzurro intenso, luminoso e silenzioso è diventato nero, buio e rumoroso, era spaccato da fulmini che convergevano sul Dente come se lo volessero disintegrare, incantevole.
Il rifugio è zeppo e trovare un spazio per mettere la roba ad asciugare è un' impresa ma con un po' di captatium un posticino si trova; sono già tutti intorno ai tavoli con una birra in mano, non resta che unirsi e attendere la cena.
Il cielo ha riconquistato la quiete e la nostra speranza per l'indomani torna concreta, la notte è accompagnata da un via vai di gente che parte per chissà quale punta.
Alle 4.20 è il turno della nostra sveglia, per poi intorno alle cinque avviarci verso il Dente del Gigante. Il sole sta sorgendo e colora tutto con un caldo arancione che riflettendosi sulla roccia del Dente gli dona una colorazione rossa. Il tempo è instabile e numerose cordate ci hanno preceduto sull'attacco della via, non ci fidiamo ad attendere, quei neri cumulonembi si sono invitati anche la domenica, le cordate a salire sono troppo lente, c'è troppo da aspettare e rischieremmo di prendere un altro temporale sulla via. Optiamo per la cresta di Rochefort, accompagnati da un tempo completamente instabile e inaffidabile, un tempo che non ti lascia godere pienamente di ciò che ti circonda ma ti lascia un po' “sulle uova”, un tempo che decide per te lo sviluppo della giornata.
Tornati al Torino ci aspetta una merenda multiculturale e un set fotografico sostenuto da turisti giapponesi.
Scesi i 220 gradini, stipati come sardine nelle cabinovie rientriamo nella cappa di caldo abbandonata la mattina precedente; pantaloncini corti, canotta e sandali prendono il posto ai pantaloni da sci, al pile e agli scarponi.
Anche se il tempo ci ha costretto a rinunciare ai nostri obiettivi, non ha di certo fatto lo stesso con l'ottima compagnia della quale ne ho potuto godere per tutto il weekend, sia col cielo azzurro e accogliente, sia col cielo nero ed ostile.
Grazie a tutti, Claudia